Lavoro povero e tagli ai servizi, per Vivarelli le aree interne abruzzesi sono al collasso
L’Abruzzo vive una crisi economica e sociale che non può più essere nascosta dietro annunci, promesse e missioni istituzionali all’estero alla ricerca di capitali e “investitori”. E a pagare il prezzo più alto sono soprattutto le aree interne, dove il disagio è diventato quotidianità: spopolamento, impoverimento, riduzione dei servizi essenziali, precarietà e salari sempre più bassi.
È l’allarme lanciato da Marcello Vivarelli, segretario regionale abruzzese del sindacato Fesica, che chiede un cambio netto di rotta nelle politiche economiche e sociali, a livello nazionale e regionale.

“Le aree interne abruzzesi sono al limite della tenuta: assistiamo a un collasso fatto di lavoro povero, servizi tagliati e mancanza di prospettive, dichiara Vivarelli. Qui non stiamo parlando di un problema astratto: stiamo parlando di famiglie che non riescono più a far quadrare i conti, di giovani costretti ad andare via, di comunità che si svuotano e di territori che vengono abbandonati”.
Per la Fesica, la narrazione dominante che ruota attorno alla caccia agli investimenti esteri rischia di diventare un alibi per non affrontare il nodo centrale: l’arresto dell’accumulazione e la caduta degli investimenti interni, che da anni bloccano sviluppo e occupazione.
“È surreale andare in giro per il mondo a chiedere soldi quando il tasso di investimento interno è da decenni ai minimi storici – sottolinea Vivarelli -. E quando gli investimenti arrivano, spesso sono legati a favori fiscali o addirittura a denaro pubblico a fondo perduto: questo non è sviluppo, è una dipendenza strutturale”.
Vivarelli richiama inoltre gli effetti di processi di lungo periodo che hanno colpito il sistema industriale italiano e le aree produttive più fragili, contribuendo alla desertificazione economica di molti territori, con conseguenze dirette anche in Abruzzo.
“Abbiamo conosciuto in passato scelte che hanno favorito la deindustrializzazione e lo svuotamento di intere aree del Paese – afferma il sindacalista -. Oggi quei nodi vengono al pettine e nelle aree interne il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno imprese, meno lavoro stabile, più precarietà e più emigrazione”.
Accanto alla crisi produttiva, il sindacato sottolinea un elemento che spesso viene ignorato: la stagnazione dei redditi, l’indebolimento della domanda interna e la conseguente mancanza di “moneta pagante”, cioè di potere d’acquisto reale nei territori.
“Senza salari dignitosi non si costruisce alcun mercato interno, e senza mercato interno le imprese non investono”, spiega Vivarelli. Non è un caso se, come segnalano anche dati ufficiali, la liquidità delle imprese non finanziarie è ai massimi storici: i soldi restano fermi, perché manca domanda, manca fiducia e manca una prospettiva di crescita reale”.
Secondo Vivarelli, la situazione è aggravata da un sistema fiscale che continua a gravare soprattutto sul lavoro dipendente e da un impoverimento generalizzato che produce distorsioni sempre più evidenti: “Siamo davanti a un paradosso: gran parte del gettito fiscale arriva dal fattore lavoro, ma milioni di lavoratori non pagano tasse perché i salari sono talmente miseri da essere sotto la soglia di tassazione”, denuncia -. Questo significa una cosa chiarissima: non siamo di fronte a un paese che sta meglio, ma a un paese che si sta impoverendo e che perde forza sociale e produttiva”.
Il segretario regionale mette poi al centro un altro punto decisivo: la progressiva riduzione del “salario sociale globale”, cioè l’insieme dei servizi pubblici che garantiscono diritti, qualità della vita e coesione territoriale. Nelle aree interne, questo processo assume un significato drammatico, perché ogni taglio si traduce in isolamento e ulteriore fuga di residenti.
“Se si tagliano sanità, scuola, trasporti e servizi territoriali, non si colpiscono solo i bilanci: si colpisce la possibilità stessa di vivere e restare nei territori”, è il pensiero dell’esponente Fesica Abruzzo, secondo il quale “le aree interne non possono essere trattate come un costo da ridurre: sono parte fondamentale dell’Abruzzo e dell’Italia”.
Vivarelli evidenzia poi come la crisi economica stia già producendo effetti sociali pesanti, alimentando disagio, tensioni, rabbia e un clima complessivo di sfiducia.
“Quando cresce la miseria cresce il malessere: aumentano aggressività, violenza, fratture sociali e isolamento – avverte -. E invece di aprire un confronto serio, spesso vediamo solo repressione verbale e culturale del dissenso, come se chi denuncia i problemi fosse un nemico e non un cittadino che chiede dignità e futuro”.
Per il sindacato, l’Abruzzo ha bisogno di un cambio radicale: politiche del lavoro basate su stabilità e diritti, investimenti produttivi interni, rilancio delle economie locali e un piano straordinario per le aree interne capace di garantire servizi pubblici e occupazione di qualità.
“Non servono passerelle da campagna elettorale perenne, non servono slogan, non serve inseguire capitali esteri come unica soluzione”, conclude Vivarelli. “Serve una strategia che rimetta al centro il lavoro dignitoso, l’aumento dei salari, la difesa dei servizi e la possibilità concreta di restare nei propri territori. Senza questo, le aree interne abruzzesi continueranno a spegnersi e con loro si spegnerà una parte decisiva del futuro della regione”.


